Sito dei Giornalisti Uffici Stampa News   Milano 20/4/2018 6:34:18 PM
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GIORNALISTI  UFFICI  STAMPA  DELLA  LOMBARDIA

IL PORTAVOCE, COMPETENZE E LIMITI
Nell'edizione 2005 del Forum PA, che ha la sua sede a Roma e la Capitale è, a sua volta, il cuore pulsante dell'amministrazione centrale dello Stato, in uno dei tanti convegni inseriti nel programma della manifestazione e proposti da soggetti pubblici o privati è stata posta, per la prima volta, una maggiore attenzione sulla figura e funzione del portavoce, introdotta ufficialmente nel sistema dell'informazione dalla legge 150/2000, che detta appunto norme sulla "Disciplina delle attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni". Non senza una più che valida ragione...

La quotidianità stava facendo emergere una circostanza che non poteva essere sottaciuta e tanto meno sottovalutata. Nelle amministrazioni pubbliche dove era stato istituito il portavoce, che deve rispondere per i suoi atti soltanto all'autorità di vertice per il rapporto fiduciario che li lega, le competenze attribuitegli andavano oltre quelle assegnategli dal legislatore. L'articolo 6 della citata legge gli affida soltanto l'incarico "dei rapporti di carattere politico-istituzionale con gli organi di informazione". E', in breve sintesi, il dominus della comunicazione politica.

Si sconfinava, si assumevano compiti non previsti dalla legge. C'era una marcata tendenza a voler coordinare ed indirizzare le attività di informazione dell'ufficio stampa. Nel senso che ufficio stampa e portavoce dovevano muoversi sotto una unica direzione: quella del portavoce, in quanto espressione dell'autorità di vertice. Altro aspetto di una situazione anomala era quello di assumere la direzione delle pubblicazioni ufficiali dell'ente pubblico se fosse iscritto all'albo dei giornalisti. Non era nemmeno raro il caso che avocasse a se anche l'incarico di capo ufficio stampa. Una doppia funzione non espressamente prevista dalla 150/2000.

Il legislatore giustamente per il portavoce - sebbene durante l'esame parlamentare delle proposte Frattini e Di Bisceglie riunite in un testo unico non fossero mancate opinioni divergenti - non aveva ritenuto che dovesse essere iscritto all'albo. Il diritto di scelta dell'organo di vertice non doveva subire alcun condizionamento. L'autorità di vertice doveva avere la piena autonomia decisionale di affidare l'incarico a colui che, a suo insindacabile giudizio, avesse le dovute qualificazioni professionali per svolgere il compito che gli veniva assegnato. In controtendenza il Ministero della Difesa per gli esterni (d.p.r. 14 maggio 2001, numero 241).

Sempre l'autorità di vertice, nella traduzione pratica del diritto dei cittadini di essere informati, aveva il potere di impartire all'ufficio stampa, unità organica autonoma, le direttive per i collegamenti con gli organi di informazione, "assicurando il massimo grado di trasparenza, chiarezza e tempestività delle comunicazioni da fornire nelle materie d'interesse dell'amministrazione" (articolo 9, 3° comma). L'attribuzione di un tale potere conferma che l'ufficio stampa è una unità organica autonoma, che ha, come punto di riferimento, soltanto il vertice amministrativo o politico e la sua attività di fonte dell'informazione deve garantire trasparenza, chiarezza e tempestività.

Tre qualità non chieste al Portavoce. Il legislatore, come per il capo ufficio stampa e l'addetto, pone inoltre delle limitazioni all'esercizio delle sua libertà d'iniziativa per tutto il periodo di tempo in cui svolge l'incarico. Non può esercitare attività nei settori radiotelevisivi, del giornalismo, della stampa e delle relazioni pubbliche (art. 7, 1° comma).
 
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La legge 150/2000, che ha tra l'altro il merito di aver introdotto il Portavoce sull'esempio delle democrazie europee e d'oltre oceano, quelle che si contraddistinguono rispetto a noi per aver adottato per l'informazione il modello liberale o dell'Europa continentale (2), è un provvedimento legislativo di grande caratura e chiude un ciclo decennale, quello degli anni Novanta dello scorso secolo, che ha profondamente inciso sulla macchina burocratica del nostro Paese per renderla sempre più efficiente per affrontare al meglio le sfide del Terzo Millennio. E' una legge che, fin dal suo altalenante cammino parlamentare per via delle contrastanti opinioni, ha suscitato, e lo suscita ancora, non poco interesse. Soprattutto sul versante dei giornalisti, ai quali il legislatore ha riservato soltanto un solo articolo.

Pur essendo stati fin dal 1946, anno del Congresso organizzato a Palermo dalla ricostituita Fnsi, i propugnatori di un provvedimento legislativo, che riconoscesse l'ufficio stampa come uno dei soggetti del sistema informazione e al suo interno dovessero prestare la loro opera in via esclusiva gl'iscritti all'albo, il risultato conseguito non è stato rispondente a quelle che erano le aspettative. La 150, tramite l'articolo 9, conferisce alle pubbliche amministrazioni soltanto un potere discrezionale in base al quale, se lo ritengono utile per i superiori interessi pubblici, possono "dotarsi, anche in forma associata, di un ufficio stampa".

Non un obbligo, ma semplicemente una facoltà. Se le amministrazioni lo istituiscono nell'esercizio della loro autonomia decisionale, ravvisandone l'esigenza per l'assolvimento delle finalità pubbliche che le sono state attribuite, sono tenute ad osservare una condizione. Nell'ufficio stampa debbono prestare la loro opera professionale soltanto coloro che sono iscritti all'albo nazionale dei giornalisti. Una affermazione, questa, che ha un duplice valore.

Da un lato conferisce valenza all'ufficio stampa e ne riconosce la cittadinanza all'interno del sistema dell'informazione, dall'altro costituisce il risultato di mezzo secolo di iniziative sindacali, volte a far statuire che soltanto i giornalisti erano legittimati a prestarvi la loro opera professionale in vigenza della legge sull'Ordinamento della professione, che è un'altra conquista della categoria e le cui basi erano state gettate dal sindacato nel ricordato congresso di Palermo.

Gli uffici stampa non erano più una terra di nessuno (3). Per quelli istituiti o da istituire negli enti pubblici, che costituiscono la PA ai sensi dell'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, c'erano, d'ora in avanti, delle regole da rispettare. Regole che possono anche essere prese come punto di riferimento per il settore privato.

Per opportuna chiarezza la legge sull'Ordinamento della professione di giornalista, approvata dal Parlamento il 3 febbraio 1963, non fa alcun riferimento all'albo nazionale, essendo la sua tenuta demandata a ciascun Ordine competente per territorio. Allo stato attuale in ogni regione è funzionante l'Ordine dei giornalisti. Si tratta soltanto di una veniale improprietà lessicale dovuta alla  Federazione nazionale della stampa, allorché ha indicato quali fossero a suo parere gli emendamenti da apportare al testo unificato delle citate proposte Frattini e Di Bisceglie, che hanno poi dato vita alla 150.
 
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Il tema del convegno, promosso dal Forum dei Portavoce e dal Gruppo Giornalisti Uffici Stampa (GUS), poneva un interrogativo cui si doveva fornire una risposta. Si domandava se l'Ufficio per le relazioni con il pubblico, il Portavoce e l'Ufficio stampa fossero strutture operative poste sullo stesso piano e quindi autonome nell'ambito delle proprie competenze. Una domanda che trovava il suo fondamento nella Direttiva Frattini, nelle parti in cui delinea le "Modalità operative e Funzioni degli organi dell'informazione e della comunicazione" (4) e nei motivi già indicati.

In particolare sulla constatazione che l'incarico di Portavoce nei ministeri spesso veniva sommato con quello di addetto stampa, sempre se il Portavoce fosse iscritto all'albo e con non pochi problemi legati al rispetto delle Carte dei doveri, che le istituzioni della categoria hanno ritenuto di dover dare ai giornalisti per autonormazione.

La Direttiva, molto articolata, statuisce al punto 3 che le amministrazioni "devono assicurare il raccordo operativo tra i segmenti di comunicazione attivati" e "prevedere forme organizzate di coordinamento delle loro attività". Per poi affermare che ciascuna amministrazione "potrà istituire al proprio interno una struttura costituita dal direttore dell'Urp e delle analoghe strutture ove esistenti, dal direttore dell'ufficio stampa e dal portavoce se presente all'interno dell'amministrazione".

La stessa Direttiva al successivo punto 4 stabilisce un altro principio, il quale non è altro che la traduzione in pratica di tutta la filosofia della 150/2000: "un moderno sviluppo dell'informazione e della comunicazione richiede un decisivo impegno delle amministrazioni". Finora, a più di quattro anni dalla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale numero 74 del 28 marzo 2002, non sembra che abbiano molto brillato nella sua applicazione, soprattutto per quanto riguarda l'istituzione dell'ufficio stampa. E' una legge non attuata ed è inoltre il risultato di più di un compromesso (5). Una recente indagine portata a termine dalla Libera Università di lingue e comunicazione (Iulm) di Milano, in collaborazione con il Dipartimento della Funzione pubblica, ha messo in risalto i suoi ritardi e sottolineato che soltanto un ente su due l'applica (6).

Nell'ipotesi che l'ufficio stampa già esistesse nell'ordinamento dei servizi non sembra che sia stata data puntuale attuazione al 2° comma del citato articolo 9. Questo fissa, in astratto, come può essere composto l'ufficio stampa. Ogni amministrazione avrebbe dovuto fissare, in via preliminare, i criteri predeterminati per coprire i posti previsti nella pianta organica. Non molte lo hanno fatto, come peraltro non hanno indetto i concorsi.

I monitoraggi portati a termine sia dal sindacato che dal GUS, a livello regionale, forniscono un quadro non molto esaltante. A parte la conferma in servizio di coloro che a vario titolo prestavano la loro opera, più di una amministrazione predilige avvalersi di addetti stampa esterni tramite l'istituto della "chiamata" e questo indirizzo costituisce, a sua volta, materia di contenzioso. Non è raro che alla scadenza il contratto non venga rinnovato o si applica la regola dello spoil system, che costituisce un depauperamento del patrimonio professionale pubblico.

Solo gli enti locali, i cui organi deliberanti sono su base elettiva, non la disattendono. Anche se esistono esempi non proprio positivi. Uno di questi si riferisce alla Regione Lazio, che non ha ancora avviato le procedure per assumere i vincitori del concorso per 15 posti di addetto stampa a suo tempo bandito, come hanno riferito il Coordinamento nazionale dei Giornalisti disoccupati e Giornalisti Oggi (7). Ma sono da segnalare, per converso, le valide iniziative della Regione Sicilia, che è sempre stata all'avanguardia nel settore degli uffici stampa fin dalla sua istituzione (8).

Il convegno del 2005, per la cronaca, non è stato parco di contributi ed è stato inoltre unanime nell'affermare che le tre strutture sono fondamentali per il conseguimento dei non pochi compiti fissati dal legislatore all'articolo 1. Non ha però potuto omettere di segnalare che la situazione esterna mostrava qualche sfasatura in merito all'utilizzo estensivo della professionalità del portavoce e che l'Esecutivo non sempre era aderente al dettato legislativo.

Il GUS dal canto suo, per meglio focalizzare quanto stava accadendo, ha voluto aprire una finestra sul suo settimanale on line per stimolare un dibattito con apporti interni ed esterni al gruppo, non mancando di ricordare che il giornalista "ricerca e diffonde le notizie di pubblico interesse" ed è il responsabile della corretta informazione e tale responsabilità non può essere subordinata agli interessi "dell'editore, del governo (in questo caso leggi Ministro o Presidente del Consiglio) o di altri organismi dello Stato". (9)

Il problema "portavoce" ha avuto un nuovo richiamo con l'edizione 2006 del Forum PA nel corso di un altro convegno sul tema "I Padri e… i figli della 150", organizzato sempre dal Forum dei Portavoce e dal GUS Nazionale e con la partecipazione della Fnsi e Telpress Italia. Un rinnovato impulso per un più approfondito esame dovuto alla constatazione che il Governo Berlusconi bis aveva mostrato una preoccupante tendenza a conferire l'incarico di portavoce, come peraltro ha fatto l'attuale Governo Prodi (10), a giornalisti professionisti, che assumevano pure quello di capo ufficio stampa. E questo in violazione della 150/2000.

Se il legislatore del 2000 ha voluto conferirgli soltanto i rapporti politico-istituzionali e porre dei limiti alla sua attività, nel senso che il portavoce per tutto l'arco di tempo in cui assolve l'incarico non può svolgere alcuna attività nel "giornalismo e nella stampa" e nelle pubbliche relazioni, una ragione deve pur esserci. Lo stabilire cosa debba intendersi per "giornalismo e stampa" non è compito dell'Esecutivo, ma dell'Ordine professionale.

E' a questo soggetto pubblico che il legislatore del 1963 ha conferito poteri accertativi-costitutivi in materia di status, di vigilanza e di tutela del titolo e gli ha pure attribuito la funzione di giudice amministrativo disciplinare. Poi attraverso le Commissioni istituite in seno al Consiglio nazionale altre competenze, compresa quella di stabilire cosa si intende per stampa e giornalismo. Non è quindi compito del Dipartimento della Funzione Pubblica, con tutta la sua autorevolezza, pronunciarsi su cosa possa essere o non essere fatto poiché non può essere considerato autorità terza. E' privo di legittimazione e della dovute conoscenze in materia.

C'è dell'altro e riguarda proprio come deve essere assolta la professione di giornalista. La qualità dell'informazione, la corretta informazione, l'obiettività, il giornalista garante della notizia e autonomo nella gestione dell'informazione, tutti cavalli di battaglia della Federazione nazionale della stampa e del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti e che costituiscono i principi informatori dei codici di comportamento della categoria, sono soltanto concetti astratti o devono trovare puntuale attuazione se queste sono le regole auree della professione? Come si può essere sicuri che l'informazione istituzionale sia chiara, trasparente e tempestiva se nel caso del Portavoce questi deve seguire gl'indirizzi dell'autorità di vertice? Un conflitto, o una stortura, appare evidente.

Non si può al riguardo dimenticare un recente scritto di Brent Cunningham, managing editor della "Columbia Journalism Review", forse la più autorevole rivista sui problemi del giornalismo di tutto il mondo occidentale. Ebbene, Cunningham ha pubblicato un articolo dal titolo "Ripensando l'obiettività", con il quale ha richiamato l'attenzione sulla circostanza che il mondo dei media è sempre più dominato dagli spin doctors.

Riportare acriticamente quanto viene canalizzato dagli Uffici stampa o dalle Aree di comunicazione delle istituzioni e delle imprese ha i suoi rischi. Entra in rotta di collisione con il principio della veridicità, che è il cardine della professione. Non esente la comunicazione del portavoce. Di conseguenza esistono buoni motivi per rivedere, alla luce dei fatti quotidiani, il concetto di obiettività (11). Sullo stesso tema è intervenuto pure il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, tramite la Commissione culturale, che ha posto una serie di domande a 18 direttori di quotidiani o agenzie (12).

Finora, tranne il GUS ed in via defilata il Forum dei Portavoce, le due massime istituzioni della categoria non hanno ancora fatto conoscere la loro opinione. Il voler mantenere l'Ordine professionale, che costituisce una garanzia di indipendenza, non assoluta per via dei possibili condizionamenti diretti ed indiretti, è subordinato al pieno rispetto delle regole, che la stessa categoria si è data a tutela della corretta informazione, che tra l'altro è considerata un servizio di preminente interesse pubblico. Quindi rispetto assoluto delle regole proprie, leggi e sentenze della Corte di Cassazione in materia di accesso e di deontologia. Un rigore monacale.  Soprattutto oggi che non trova tra le forze politiche, e nell'interno della stessa categoria, un fronte compatto al suo mantenimento. C'è una forte tendenza ad abolirlo e su questa posizione sono pure attestati gli editori (13).
 
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La legge più volte citata ha dato cittadinanza, oltre all'addetto stampa, ad una nuova figura professionale: quella del portavoce, soggetto delle istituzioni. Lo ha fatto, come già accennato, sull'esempio degli altri paesi democratici, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, che hanno sempre utilizzato lo spokeman, e del governo dell'Unione europea, che, per 5 giorni alla settimana, si avvale dell'Ufficio del Portavoce per far sentire la sua voce ufficiale sugli argomenti di competenza.

Cittadinanza riconosciuta anche sulla scorta delle prime esperienze di casa nostra. Il Governo Berlusconi della prima metà degli anni Novanta aveva incaricato Giuliano Ferrara (soggetto politico) di essere il portavoce della nuova compagine governativa. Indirizzo seguito pure dagli altri governi che si sono succeduti nel tempo, tanto che ora Palazzo Chigi ha la sua "Area della comunicazione istituzionale dell'ufficio stampa e del portavoce". C'è comunque da segnalare che nel 1991 Claudio Martelli, ministro ad interim di Grazia e Giustizia, aveva il suo portavoce (14).

Il portavoce, assieme all'addetto stampa e a tutto il sistema della comunicazione pubblica, è il contrario degli arcana imperii, che erano la regola consolidata degli anni successivi al Medioevo. "Tutto quel catalogo di pratiche segrete inaugurate da Machiavelli, che servivano ad assicurare il mantenimento del potere sul popolo" (15). Per uscire fuori dalla consuetudine di stendere un mantello di copertura sulle ragioni di ogni azione politica, di non informare i cittadini (leggi: sudditi) e di secretare ogni atto e documento, si doveva arrivare alla seconda metà del Seicento per vedere diffusi i primi Votes. Dei brevi resoconti sui lavori della Camera dei Comuni. Più tardi facevano la loro comparsa i "libri azzurri", che altro non erano che delle raccolte di documenti diplomatici.

Per una svolta, o meglio per dare il via a quella che oggi si chiama "comunicazione istituzionale", doveva arrivare sulla scena politica George Canning, ministro degli esteri nel gabinetto Portland dal 1807 al 1809. E' stato il primo uomo di governo a rendersi conto dell'importanza di informare i cittadini sulle scelte di politica estera. Di canalizzare notizie sugli indirizzi governativi e su quanto stava accadendo a livello internazionale. Poco più di vent'anni dopo ha fatto negli Stati Uniti la sua comparsa la pennypress e con essa gli orizzonti della conoscenza si sono allargati e i cittadini più attenti alle iniziative governative. La stampa, nello stesso tempo, diventava uno strumento di comunicazione, che non poteva sfuggire all'attenzione del mondo politico, sempre alla ricerca di mezzi ed occasioni per avere visibilità.
 
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Ritorniamo al portavoce - può essere interno od esterno all'amministrazione, non ha un suo percorso formativo e tanto meno è previsto un contratto, solo una indennità stabilita dall'organo di vertice - ed ai suoi possibili sconfinamenti di campo. E se questi possono trovare una loro legittimazione in base alle attuali norme di legge ed alle regole dettate dalle istituzioni della categoria.

Assicura, come accennato, soltanto  la comunicazione politica-istituzionale e per tutto l'arco di tempo che si dedica ad essa, secondo gl'indirizzi stabiliti dal vertice dell'amministrazione pubblica, sia centrale che periferica, politica od amministrativa, non può assumere altri incarichi oltre a quello ricoperto e tanto meno collaborare con i media o le relazioni pubbliche. Se gli venisse affidato, o avesse sollecitato, un ulteriore incarico all'interno dell'amministrazione, nel delicato settore dell'informazione, siamo in presenza della non corretta applicazione della legge, che stabilisce il principio della separazione delle competenze. Gli si attribuiscono compiti che sono di un altro organo, che richiedono una diversa professionalità e un diverso approccio con l'esterno.

La legge 150 fissa i suoi compiti con il primo periodo dell'articolo 7, 1° comma, per poi stabilire nel secondo periodo, sempre dello stesso 1° comma, quello che non può fare, che non dovrebbe prestarsi ad alcuna ambiguità. C'è, comunque, la possibilità di eventuali deroghe, ma queste dovrebbero - il condizionale è d'obbligo per via delle interpretazioni evolutive, che mirano ad allargare le maglie delle disposizioni a favore degli istanti - riguardare soltanto le attività esterne. Le collaborazioni. Non quelle interne poiché per queste ha già parlato il legislatore: ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit o, meglio ancora, quod legislator voluit dixit, quod noluit tacuit.

A tanto si arriva tramite la lettura dell'Atto di indirizzo quadro per la costituzione del profilo professionale del personale addetto alle attività di informazione e di comunicazione delle pubbliche amministrazioni a firma del ministro Frattini. Documento privo di riferimenti al portavoce, che, a rigor di logica, dovrebbe invece avvalersi del d.lgs numero 165 del 2001. Si consentono le collaborazioni occasionali, una volta ogni tanto, a giornali, riviste, enciclopedie e simili.

Il legislatore ha attribuito al portavoce e all'ufficio stampa il compito di informare, di dare visibilità all'attività pubblica e ben delineando quali le rispettive sfere di competenza. Al primo i rapporti di carattere politico-istituzionale e di conseguenza lo sviluppo di "un'attività di relazioni con gli organi di informazione  in stretto collegamento ed alle dipendenze del vertice delle amministrazioni". Al secondo, in via prioritaria, "la gestione dell'informazione in collegamento con gli organi di informazione mezzo stampa, radiofonici, televisivi ed on line".

Così recita la legge e la Direttiva Frattini conferma.

Il problema da risolvere, il quid iuris, è quello di stabilire se al portavoce, iscritto all'albo, possa  anche essere attribuito l'incarico di capo dell'ufficio stampa o di direttore responsabile di pubblicazioni su carta od on line, quotidiane o periodiche, edite dall'amministrazione, oppure sommare nello stesso tempo tutti e tre gli incarichi.

La risposta non può essere positiva. A questa conclusione spingono la legge (150/2000 e 69/63), la Direttiva, le Carte dei doveri ed alcune considerazioni legate alla qualità dell'informazione ed all'autonomia che ciascun giornalista ha nel rispondere alla domanda d'informazione ed al diritto che hanno i cittadini di essere informati senza manipolazioni.  Sono, comunque, le carte di autodisciplina a vietare che si sommino gli incarichi.

Non si può sostenere, così facendo, che non si crei un conflitto con l'ufficio stampa (organo permanente) e una violazione della norma, che vuole separati i compiti da assolvere, proprio a garanzia dell'informazione pubblica. Il portavoce, peraltro, è transeunte, segue le sorti dell'organo di vertice. E' legato ai suoi tempi. L'ufficio stampa è la continuità, anche se le cose non sempre vanno così.

Il giornalista, ai sensi dell'articolo 2 della legge sull'Ordinamento della professione e della Carta dei doveri, approvata l'8 luglio 1993, ha l'obbligo "inderogabile della verità sostanziale dei fatti" e inoltre "deve rispettare, coltivare e difendere il diritto all'informazione di tutti i cittadini … ricerca e diffonde le notizie di pubblico interesse, nonostante gli ostacoli che possono essere frapposti al suo lavoro, e compie ogni sforzo per garantire al cittadino la conoscenza degli atti pubblici".

Obblighi e doveri che debbono essere rispettati da tutti i giornalisti - professionisti e pubblicisti - e, di conseguenza, dai capi ufficio stampa, addetti stampa e portavoce. Sempre se quest'ultimo sia iscritto all'albo. E'il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede, il cardine della professione, l'elemento qualificante, ed il giornalista ne è il garante nei confronti della collettività.

Si può affermare la stessa cosa per il portavoce? Non sembra sostenibile.

A quanto precede non si debbono dimenticare le incompatibilità, che non sono poca cosa, attenuate dall'Atto di indirizzo.

I pilastri su cui poggia la 150 sono tre: portavoce, ufficio per le relazioni con il pubblico ed ufficio stampa. Su di loro ruota tutta la comunicazione e l'informazione pubblica e ciascuno, come già indicato, con specifiche competenze proprio per dare consistenza e visibilità alle finalità che la legge si prefigge.

Ora affidare al portavoce altre competenze, oltre quelle che la legge gli attribuisce, costituisce una palese violazione dello spirito informatore della 150 e va inoltre a detrimento degli interessi del cittadino, che ha il diritto ad avere una informazione "chiara, trasparente e tempestiva". Non manipolata e tanto meno incompleta.

Il potere di informare nelle mani di un solo soggetto, che detiene l'insindacabile facoltà di graduare il flusso delle notizie e determinarne le loro priorità, può ingenerare dubbi e perplessità. Dubbi che possono diventare ancora più consistenti, quasi come se si fosse davanti "all'assolutismo dell'informazione", per via del possibile non rispetto di tutta quella serie di doveri che le carte deontologiche e la legge impongono ai giornalisti.

La conclusione è che un giornalista non può assumere l'incarico di portavoce e tanto meno, in contemporanea, quello di capo ufficio stampa e di direttore responsabile. Non sarebbe assicurata la terzietà, la chiarezza, la trasparenza e la tempestività dell'informazione. E soprattutto il rispetto dei Principi informatori della Carta dei doveri del 1993. Il legislatore a ragione non ha voluto prevedere il titolo professionale.

Se non è così, è per le forzature dell'Esecutivo. Non si può nemmeno ipotizzare l'istituto dell'autosospensione dall'albo, non previsto dal legislatore del 1963 e tanto meno sfiorato dalla giurisprudenza di merito. Potrebbe essere il Consiglio nazionale dell'Ordine, dopo aver sentito la Consulta dei presidenti e vice presidenti, a vedere di renderlo possibile con l'intervento del Ministero della Giustizia, poiché questo è il soggetto pubblico che può proporre le modiche dell'attuale legge sull'Ordinamento della professione.

La conclusione, sull'ipotesi della somma degli incarichi affidati al portavoce/giornalista, è quella che si è di fronte a provvedimenti amministrativi, che hanno una duplice connotazione: da una parte sono contra legem (attribuzione di competenze proprie di un altro soggetto, e di conseguenza violazione della regola che vuole la separazione dei compiti) e dall'altro sono extra legem. Il legislatore, in quest'ultimo aspetto, non ha conferito all'Esecutivo poteri volti a modificare la sua volontà.
_________________________

(1) Sepe S.: "La del buon Governo". Il Sole-24 Ore, Rapporti, 3 maggio 2006.
(2) Hallin D.C. - Mancini P.: "Modelli di giornalismo". Editori Laterza, 2004.
(3) Falleri G.: "Professionista della comunicazione: l'addetto stampa". Centro di Documentazione giornalistica. Anno 1999.
(4) Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento della Funzione Pubblica. Direttiva 7 febbraio 2002: Attività di comunicazione delle pubbliche amministrazioni
(5) Santelli R. - Perone V.: "Giornalisti in giallo. Delitto imperfetto". Roma, Centro di Documentazione Giornalistica, anno 2006.
(6) Paternostro A. "Legge inattuata da un ente su due. Come comunica la PA". Il Sole-24 Ore, 13 febbraio 2006.
(7) Coordinamento nazionale giornalisti disoccupati, 3 maggio 2006, e Giornalisti Oggi, 28 giugno 2006.
(8) Assemblea Regionale Siciliana, Quaderni Legislativi. Normativa regionale in materia di Uffici stampa a cura di Sebastiano Di Bella e Renato Gullo.
(9) Carta dei doveri del giornalista. Roma, 8 luglio 1993.
(10) Bianchi A.: "Le voci del governo". Prima Comunicazione, Luglio-Agosto 2006.
(11) Cunningham B.: "Ripensando l'obiettività". Problemi dell'informazione, anno XXVIII, numero 3, settembre 2003.
(12) Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti: "Giornalismo oggi: informazione o manipolazione?" - Roma, luglio 2006.
(13) Consiglio nazionale FNSI: Roma, 20 giugno 2006. Fieg: Proposte per la competitività e lo sviluppo dell'editoria quotidiana e periodica, giugno 2006.
(14) Bettanini A.: "Io, il portavoce". Robin Edizioni, 1995.
(15) Vignudelli A.: "Genesi fenomenologia della comunicazione pubblica. Dallo Stato autoritario alla dello Stato democratico". Il diritto dell'informatica e dell'informazione: Anno XXI, numero 2, marzo-aprile 2005.


Gino Falleri
Presidente nazionale del Gruppo Giornalisti Uffici Stampa
 
 
11 gennaio 2007

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